Buck: un libro che vale la pena di leggere.

Sono tornata per lasciarvi una recensione un po’ particolare. Stavolta però, voglio iniziare con una domanda dell’autrice, che ho trovato in un post sul suo blog di qualche anno fa: Pensiero: quanti bei libri sono già stati scritti? Siamo sicuri che al mondo serve ancora il mio?

 

Ebbene, signore e signori, oggi parliamo di Buck, di Serena Bianca De Matteis.

Per cominciare, due paroline sulla trama. Il protagonista è Heath, un adolescente che vive felice e contento con mamma e papà in una riserva Lakota. Un bel giorno, non vi dico come, arriva in casa anche il piccolo Buck, mezzo cane e mezzo lupo, una bestiolina adorabilmente enorme.

Andrà tutto bene fino a quando per Heath non arriveranno scelte importanti: college? Lavoro? E di Buck che me ne faccio ora che sono grande e voglio andare via da qui? Ci saranno delusioni scottanti, ferite, litigi, speranza e tanto amore. Una sorta di romanzo di formazione dei giorni nostri, come se questo Heath fosse un po’ un Wilhelm Meister che non ha idea di quale strada scegliere e solo sbagliando lentamente riesce a capire.

 

Cose positivissime di questo libro:

I protagonisti sono non realistici, di più. Sembra di averli davanti che ti parlano senza bisogno di grandissime descrizioni super-dettagliate. Hanno carattere, tutti quanti, anche quelli più irrilevanti. Heath è credibile, sua madre è credibile, suo padre è credibile. Anche il nonno che sta sempre sulla sedia in silenzio è credibile.
Sono tutti complicati, ognuno di loro ha una storia da raccontare e un suo passato che condiziona il suo presente. In questo Serena è stata davvero bravissima. Se ne vedono davvero pochi in giro di personaggi così ben fatti.

L’ambientazione è diversa dal solito: una bellissima riserva in America. Cosa che, a quanto ho capito, la scrittrice non ha mai visto; si è semplicemente documentata tanto e bene, per poter creare un mondo realistico che non è il suo. Devo dire che, anche in questo, è stata bravissima. Mi sono immersa con estremo piacere nei boschi americani assieme a Buck, ho sofferto la città con Heath, ho sentito il freddo delle mattine d’inverno quando il sole deve ancora sorgere e il fiato sembra congelarsi nei polmoni.
L’ho letto a Milano, in un giorno soltanto, ma mi sono sentita quasi a casa mia.

I dialoghi sono semplici ma efficaci, a differenza per esempio di Metro 2033. Non sembra che siano bambini delle elementari a parlare tra loro di problematiche mondiali come in quel caso, qui ci sono dialoghi con meno spessore, con qualche goccia di filosofia al punto giusto, ma che stanno in piedi e che sono credibili, adulti.

La lingua è semplice, pulita, fresca. E’ piacevolissimo e scorrevole da leggere, non annoia. Non ha bisogno di una trama esorbitante per prendere il lettore e trascinarlo con sé: la storia anzi è piuttosto semplice, la trama è lineare con solo qualche colpo di scena verso fine libro, eppure è un vero piacere leggerlo dall’inizio alla fine, ti cattura. Provare per credere.

 

Una cosa un po’ meno positiva, più che altro per l’autrice: è autopubblicato.

Questa santissima donna si è fatta tutto il lavoro da sola: ha scritto il libro, ha tagliato, riscritto, tagliato e tagliato di nuovo. Ha cercato una copertina, ha sistemato tutto e poi ha affidato la sua opera ad Amazon Createspace, che è lo stesso che usiamo per Buck e il Terremoto. In poche parole, quando una persona lo ordina, Amazon lo stampa sul momento e glielo spedisce. Il che significa che non ci sono costi (semplicemente Amazon si trattiene buona parte dei 9 euro che costa) ma che anche i guadagni sono pochi. A parte la pubblicità che può farsi Serena con qualche presentazione e qualche intervista su qualche blog, purtroppo questo libro non avrà mai la notorietà che merita.

Se siamo tutti d’accordo, proporrei di firmare una petizione da mandare alla Mondadori per chiedere meno Cleo Toms e più Serena Bianca De Matteis. Anche se quest’ultima mi ha più volte detto che a lei di essere pubblicata da una casa editrice importa poco. Solo che io vorrei vederle fare tutti i complimenti che merita dal mondo e dalla stampa internazionale.

 

Detto questo, siccome nessuno è perfetto, ora vi spiego qual è l’unica cosa che mi è piaciuta un pochino meno delle altre. Mi riferisco ad una scena in particolare (SPOILER), che è l’unica in tutto il libro ad essere leggermente surreale. Sostanzialmente si tratta di una bambina che si perde nel bosco e ne esce viva grazie all’aiuto di un lupo vero e proprio, o meglio, la lupa fidanzatina di Buck. Mi ha lasciata un po’ interdetta dopo tutto il realismo perfetto del libro, ritrovarmi con una scena così diversa, più fantasiosa. Fossi stata io a scrivere (al momento per me scrivere un libro così è oltre l’umana comprensione ma supponiamo) credo che avrei trovato un modo diverso di far succedere le cose. Ma questo, forse, perché sono una persona triste che non crede più nelle fate.

 

Per concludere, vorrei riprendere la domanda che ho messo all’inizio: la risposta, cara Serena è assolutamente. Al mondo non solo serve anche il tuo libro, ma servono più libri come il tuo, che ricordino alla gente come si scrive per davvero.

 

E’ arrivato il momento di salutarci, addio addio amici addio insomma.
Per quanto riguarda me, credo che tornerò presto con qualche post di aggiornamento sulla mia vita, dato che avrò un po’ più di tempo per vivere la mia vita dalla settimana prossima.

Per quanto riguarda Serena, vi invito tutti quanti a cliccare proprio qui così vi ritroverete sulla pagina Amazon per acquistare Buck. Il formato cartaceo, come vi ho detto prima, costa solo 9,92€, che per un libro non è nemmeno tantissimo, mentre se siete dei tirchiacci potete trovare l’ebook AGGRATIS.
Leggetelo, perché merita davvero tanto, perché è il papà del nostro Buck e il Terremoto e perché vi lascerà con tanto amore ma vi farà anche piangere (almeno, io ho pianto signori).

Fate i bravi, e mi raccomando, quando avete finito di leggerlo scrivete tutti a Serena per dirle che se non si muove a scrivere il seguito andiamo tutti insieme sotto casa sua a protestare.

 

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