The ghost inside.

Ho detto che volevo mollare.

L’ho detto sul serio, ma la cosa che mi fa più schifo è che l’ho pensato sul serio. Per un attimo l’ho voluto sul serio. Ho desiderato arrendermi e basta, scegliere la via più facile e farla finita con un’università che mi preoccupa e con la scrittura, che mi terrorizza in quanto amore della mia vita molto probabilmente impossibile. Ho pensato che lasciar perdere potesse essere una buona opzione, visto che c’è ancora quel maledetto esame di letteratura inglese uno che mi terrorizza, unito a lingua russa, che è un vicolo cieco. Ho pensato di lasciar perdere perché l’ultimo capitolo che ho scritto (storia abbastanza banale che avevo intenzione di pubblicare comunque, giusto per vedere come andava) mi faceva veramente schifo, non sono stata in grado di aggiungere i dettagli che volevo.

Ho avuto paura che non sarebbe stato abbastanza. Che non ce l’avrei mai fatta a finire l’università in tempo o che quello che scrivo non sarebbe piaciuto a nessuno e per un attimo arrendersi è sembrata l’unica cosa da fare. Un lungo attimo in realtà, durante il quale più di una persona ha disperatamente cercato di riportarmi alla ragione senza riuscirci.

 

 

Alla fine alla ragione a quanto pare ci sono tornata da sola.

Tant’è che ho appena finito di controllare quando posso andare a cambiare russo con tedesco e che sto scrivendo questa cosa. Quindi i due propositi principali sono appena andati a farsi fottere. Per fortuna, credo. Sono una fan accanita del famosissimo senno di poi, che come sempre dimostra di avere ragione. E riconosco davanti a tutti di essere una cretina pazzesca per aver anche solo pensato di lasciar perdere.

 

Veniamo ora a questo ghost inside.

Non è niente di speciale, soltanto una canzone che ho trovato tempo fa casualmente grazie ad una playlist su spotify. Già, a volte quell’applicazione infernale fa qualcosa di buono. Diciamo che vi metto il link qui e vi racconto un pochino di cosa parla postando i pezzi secondo me più significativi.

 

Once upon a time you had a sun in your mind, 

Everybody could see it shine

It made you glow like a star

Like a God among the city lights.

 

Questo è l’inizio. Parla di questa ragazza che aveva un “sole nella sua mente”, più che altro un bel paragone per indicare quanto fosse forte, quanto risplendesse in mezzo alle persone normali proprio perché aveva questo qualcosa particolare.

 

Sfortunatamente arriva questo ghost inside che io vedo come la paura, che rovina la vita di questa ragazza rendendola una persona con cui nessuno vuole avere a che fare, perché tutti l’hanno vista cadere.

Eppure il ritornello dice:

 

Who’s the one to blame for all the pain?

Who think he’s got the right to tell that you are not ok?

The ghost inside you.

Don’t believe a word, don’t be afraid,

The voice is just a fake illusion born to lead astray

The ghost inside you.

 

In poche parole quella ragazza, così come ognuno di noi, non deve credere ad una singola parola di questo fantasma che continua a cercare di scoraggiarla/ci, dicendo che non va bene niente di noi e causando solo problemi.

Queste poche parole sono state abbastanza per farmi riflettere, per farmi capire che per quanto sia dura, per quanto io sappia che probabilmente non ce la farò, non mi deve importare. Io so quello che voglio e voglio fare di tutto, sempre, per ottenerlo.

Questa canzone mi ha ricordato che quando qualcuno mi dice che sbattere la testa contro un muro non lo farà cadere io non smetto, sbatto più forte. Non mi interessa e non mi interesserà mai che quel muro cada veramente o resti in piedi, la cosa che mi importa è continuare a fare quello che faccio, se è quello in cui credo, perché vivere senza avere almeno un obiettivo non solo è estremamente triste e vuoto, ma non ha proprio senso.

Questo sarà anche un post più breve degli altri ma sentivo il bisogno di scriverlo, di ricordarmi che io sono quella che sono e che non possono di certo essere le mie paure a fermarmi. Ho bisogno e voglia di scrivere, anche quando mi sembra di non aver parole da dire o quando odio quello che scrivo perché lo ritengo troppo poco. Ho bisogno di amare il mondo attraverso quello che mi piace fare e non posso permettermi nemmeno di pensare che voglio mollare tutto questo perché tanto è inutile e non mi porterà da nessuna parte della vita.

 

Concludo con una cosa che vorrei urlare per strada, ma che purtroppo non è il caso di fare visto che da qualche giorno sono tornata nel mio paesino di 250 anime che per una volta mi sta troppo stretto.

VAFFANCULO.

Vaffanculo a chi mi ha portata a pensare di smettere e vaffanculo a me che stavo per farlo per davvero. Vaffanculo perché io non smetto di essere forte solo perché ho paura di non essere forte abbastanza. Vaffanculo a questo mondo che forse non si farà mai andare bene quella che sono e vaffanculo due volte perché non credo proprio che mi adatterò a questo.

 

Concludo con un altro pezzo di canzone e una foto totalmente a caso ma che mi trasmette una certa serenità, perché avrei tanto voluto mettere la cover dell’album ma non è esageratamente bella.

 

 

You’ve gotta bring back the fire,

You’ve gotta learn to fly again,

Cut the volume of the voices in your head.

You’ve gotta tell yourself to get back on your feet,

Get back there, be the one we desire.

 

 

Un ringraziamento speciale a:

K., che mi ha ricordato che sono la persona più forte che io conosca.

L., che suppongo mi abbia maledetta in tutte le lingue che conosce ma che forse, spero, sarà orgogliosa di me.

C., che si è isolata nel bel mezzo di una serata solo per cercare di consolarmi.

E., che da brava migliore amica mi ha sbattuto personalmente la testa contro il muro sperando di farmi ragionare.

D. (mio cugino), che mi ripete che ce la posso fare ogni volta che credo di non farcela.

 

 

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