Ce l’ho fatta.

Dopo dieci post, direi che è il caso di smettere di contare ogni pagina, altrimenti un giorno nel titolo mi ritroverò a dover scrivere qualcosa tipo “trecentomilionesima pagina e quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due ma ci sono anche due coccodrilli ed un orangotango”. Quindi niente, questa è l’undicesima pagina, le voglio bene, ma non lo scrivo nel titolo (fu così che si dimenticò di quante pagine aveva scritto e ciao ciao mondo).

 

Allora, ce l’ho fatta. A fare cosa?

Sedetevi o insomma prendete un bel respiro, mettetevi comodi, munitevi di un the caldo alla frutta voi che potete e non lo so, ora ve lo racconto e sarà una storia lunghetta.

Niente foto stavolta? No, la metto dopo, tranquilli.

 

Dunque.

Ce l’ho fatta, in data 20 agosto 2015 a svegliarmi alle ore 06.32 e a trovare tutta la forza necessaria per uscire dal letto. Un giorno i posteri considereranno questo come il primo di tanti miracoli avvenuti in giornata.

Dopo una leggera colazione (giuro che era leggera sul serio, chi mai vorrebbe riempirsi di cibo a quell’ora?), tolgo il mio panino al prosciutto dal frigorifero (se mettete i panini pronti in frigo la sera poi la mattina li trovate morbidi invece che duri come non si sa che cosa, provare per credere, ora apro un blog di cucina) e lo infilo nello zaino rosso pieno di scritte indecifrabili che usavo nei tristi anni del liceo.

Dopo di che, udite udite, ce l’ho fatta a uscire di casa alle 6.50, nonostante il freddo artico e i pantaloni lunghi, con addosso due maglie e tanto di giacca nello zaino, sembrava davvero che stessi per partire per una spedizione al polo. Cosa che, più o meno ho fatto.

Saltando inutili dettagli, alle ore 7.32 parcheggiamo la macchina (non dico dove altrimenti poi faccio pubblicità eh!) e ci avviamo a piedi verso..beh ve lo ricordate il posto di cui parlavo nella quarta pagina? Ecco, lui.

 

Saliamo con calma, non dal solito sentiero noioso con i suoi dieci tornanti che non finiscono più, ma dal sentiero che ti porta a vedere le cascate, che sono una vera e propria meraviglia. Per tutta la salita sei al cospetto della forza della natura e forse non sarò brava con le descrizioni ma credetemi, lasciano senza fiato.

Arriviamo quindi allo stesso punto che avremmo raggiunto con il triste sentiero dei dieci tornanti ed è quindi ora di proseguire verso l’alto con..altri dieci tristissimi tornanti.

La fatica inizia già a farsi sentire, in fin dei conti non c’ero proprio più abituata a camminare (in salita poi!!) ma ce la faccio ed arrivo al cospetto di questo:

 

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Questa è la prima soddisfazione della giornata, perché davanti a me c’è questo prato magnifico (unico pezzo non in salita) dove mio nonno mi portava spesso quando ero ancora troppo bambina per poter salire fino in cima. Ma non è soltanto la felicità di rivedere questo posto che conosco quasi a memoria ormai, conta anche il fatto che è mattina, che il sole non è ancora arrivato e che abbiamo la consapevolezza di essere i primi esseri umani a disturbare la quiete della natura, stamattina. Certo, l’erba me la ricordavo un pochino più verde ma in confronto al grigio di Milano mi va bene tutto.

 

Proseguiamo quindi seguendo il corso del torrente (dal momento che adesso ho messo la foto posso anche fare da guida turistica no?), arrivando praticamente fin dove si vede l’acqua.

Ecco, quello è il pezzo della paura, una salita che ti uccide, che sinceramente mai e poi mai avrei pensato di superare ora che non sono più una giovane bambina curiosa che andava ovunque, sempre. Tralascio volentieri i dettagli delle mie sofferenze in salita sotto il sole disperata e passo direttamente al magnifico momento in cui il pezzo ripido è finito e ho visto la famosa panca dove ero solita fermarmi a fare merenda.

Ecco, questa è stata una soddisfazione davvero molto grande, anche perché sapevo che ormai il peggio era alle mie spalle e che presto avrei potuto finalmente sedermi a mangiare.

 

Mancano ancora tre piccole salite da superare prima di arrivare al rifugio, quindi parto, più agguerrita che mai, al grido di “Tre volte oltre l’orizzonte”, accompagnata (diciamo pure preceduta) dal mio immancabile adoratissimo cugino, che è leggermente più allenato di me.

Supero l’orizzonte per ben tre volte e arrivo finalmente alla meta cantando Elan dei Nightwish nella mia testa, non riuscendo quasi a credere di avercela fatta davvero a tornare, nonostante siano passati anni dall’ultima volta, sono riuscita davvero a fare mille metri di dislivello ovvero più di otto chilometri di salita.

L’unica cosa che riesco a ripetermi per più o meno tutta la giornata è appunto: ce l’ho fatta.

 

Non c’è molto altro degno di nota, a parte i discorsi filosofici tra me e l’adoratissimo cugino sulla via del ritorno a casa, che probabilmente in qualche modo pubblicherò in seguito sempre qui (forse l’ho anche già detto).

Per il momento importa che ce l’ho fatta anche se non ci speravo, che la mia mente è ancora abbastanza forte da riuscire a superare la fatica, il caldo, la paura di non riuscirci. E non credo che la mia mente sia stata davvero così forte negli anni passati, è tornata ad esserlo da poco, ricomparendo per caso assieme a mezzo grammo di autostima che non mi so spiegare nemmeno io.

 

Per oggi mi importa soltanto sapere che ce l’ho fatta e che posso farcela benissimo anche in futuro se soltanto lo voglio.

Morale della favola, così, giusto per chiuderla con filosofia, l’ostacolo peggiore da superare quasi sempre è la nostra mente, non lasciatevi fermare da voi stessi.

Un bacione e un abbraccio stile Gianni Morandi a tutti voi.

 

Insomniac disperatamente triste perché è appena tornata a Milano.

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