Sì ma non ho capito che ore sono lì – diario di viaggio parte 2.

Prima puntata: arriviamo a Las Vegas all’una di notte, troviamo un sacco di vecchi al check-in, rimaniamo delusi dallo Skywalk e soprattutto rimaniamo bloccati nel deserto.

 

Lunedì 12 novembre, ore 18, Kingman (Arizona). E adesso? Tira, molla, spingi, bestemmia, dove cazzo sta il numero dell’assistenza? Oh madonna non prende neanche il telefono in questo posto dimenticato da Dio, moriremo tutti, raga ma lo sapete che la notte ci sono i serpenti e fa freddo? Questo è quel momento in cui ti penti di aver visto tutti quei documentari su Focus. Poi, dal fondo della strada vediamo arrivare un gigantesco pickup con una nuvola di polvere che lo segue: sta trascinando un copertone enorme su per la strada, sa solo lui perché. “Che chiediamo aiuto?”, “Ma và, ma l’hai visto?”. Alla fine, con dei rumori orribili, riusciamo a togliere il cambio e a ripartire.

E via con tre ore di macchina nel buio. Ci fermiamo pure a fare benzina ma vai a capire, sarà diesel sta macchina che ci hanno dato? “Scusi signore, che benzina devo fare?”, “Boh non lo so prova quella”, “Ammazza se fa freddo”.

Lunedì 12 novembre, orario indefinito, Flagstaff (Arizona). Entro nel Little America Hotel per prima seguita dalla mia bella valigia e vengo accolta da un caminetto acceso, poltrone, alberi di Natale (ma che di già?). Mi sento improvvisamente rincuorata. La ragazza alla reception è un angelo, sbriga tutto in due secondi e ci dà le chiavi della camera. E che camera. È tutto bellissimo, pulito, davvero accogliente. Ci innamoriamo tutti a prima vista, chi dei letti, chi delle creme viso. Quando poi scendiamo nel ristorante e ci servono la prima “New England clam chowder” della nostra vita, ci innamoriamo anche di quella. Sono passati due anni ormai, ma ancora ce la ricordiamo tutti quella zuppina.

 

Martedì 13 novembre, mattina, sempre Flagstaff. La colazione è anche meglio della cena, davvero il miglior hotel che abbiamo trovato in tutto il viaggio. Camere perfette, ristorante altrettanto, reception sempre disponibile e gentile. Se mai qualcuno dovesse passare di lì, consigliatissimo. La receptionist ci spiega come raggiungere il South Rim, ci lascia anche una cartina per non farci perdere e poi via. Due orette di macchina tra foreste e praterie per raggiungerlo.

Martedì 13 novembre, ore 11, Grand Canyon Village. Ma si potrà chiamare un paese così? Vabbè, alla fine è palesemente turistico, ci sono solo ristoranti, hotel e qualche negozio di souvenir di tutti i tipi. Ovviamente c’è anche il Canyon e un freddo porco. È arrivato il momento di farvi notare quanto è bello il Grand Canyon, anche se non penso di riuscire a esprimerlo a parole. Dove guardi guardi lui è lì, che si stende per chilometri con i suoi colori incredibili. Ancora una volta, la vastità dei paesaggi americani la si comprende solo quando ci si trova a essere un minuscolo puntino al loro interno.

Sul South Rim ci perdiamo praticamente tutta la giornata, letteralmente ore di macchina eppure il paesaggio non cambia mai e alla nostra sinistra abbiamo sempre e solo chilometri di Canyon bellissimo. Ogni tanto ci fermiamo, facciamo qualche foto, contempliamo quello che abbiamo davanti e non ci crediamo. Ultima tappa è un osservatorio sulla parte più a est del Canyon, di cui non ricordo il nome ma dove troviamo una torre. Salendo il paesaggio è ancora più bello, vediamo il sole che si abbassa a ovest, il Colorado che scorre sotto di noi, colori magnifici. Per farvi capire:

Fiume Colorado nel Grand Canyon

 

Dopo di che ci fermiamo un attimo a guardare anche il Little Colorado, un fiumiciattolo minuscolo che passa in un canyon altrettanto minuscolo, e riprendiamo la via di Bluff, Utah. Lungo la strada vediamo un tramonto stupendo, tutto si tinge di rosso e sembra di essere su Marte. Ahimè ogni foto scattata non rende.

Martedì 13 novembre, sera, Bluff. Nome bellissimo da dare a una cittadina, ammettiamolo. Il problema è che ci troviamo all’interno di una riserva indiana, praticamente tutti quelli che incontriamo sono indiani e ci guardano piuttosto male. Anche perché ora che arriviamo al Desert Rose Resort and Cabins e poi all’unico bar ancora aperto per mangiare è tardino. Comunque è troppo buio per guardarsi in giro e quindi non ci accorgiamo del paesaggio che ci circonda, ma la mattina dopo aprire la porta sarà una meraviglia.

Un posto così riesce a fare un vero e proprio miracolo, ed ecco che mi sveglio alle sette di mattina (complice anche un po’ di stordimento da fuso orario rimasto) e me ne vado a fare una nuotata nella piscina riscaldata dell’hotel. Impagabile. Dopo di che ci mettiamo in strada e passiamo dal Mexican Hat, sostanzialmente un sasso a forma di cappello appoggiato su un altro sasso, prima di fermarci a fare colazione in un grill di fianco alla strada.

Quinto consiglio: i grill, bar, ristoranti gestiti da persone qualsiasi e quindi non catene, spesso poco promettenti all’aspetto, sono la cosa migliore che possa capitarvi se avete fame. Menzione speciale alla tavola calda messicana dove ci siamo fermati per tornare a Las Vegas, ma questo è un po’ uno spoiler.

 

Mercoledì 14 novembre, ore 11, Monument Valley. Sì, il cartello che indica precisamente dove Forrest Gump ha smesso di correre esiste davvero. La terra è rossa, ha un colore impensabile, è tutto gigante, la strada piatta fa venir voglia di correre anche a me e non fermarmi più. Comunque c’è da stare attenti perché passano un sacco di macchine e uno deve combattere per il tempo di farsi una benedettissima foto. Che poi, le strade americane hanno la riga tra le corsie che fa rumore, quindi ogni volta che passa qualcuno è una mezza tortura. Comunque lasciando perdere le parole, anche in questo caso mi esprimo con un’immagine:

 

Il resto del viaggio prosegue senza intoppi e senza grandi stop finché non raggiungiamo Page (Arizona). Ecco, questa non troppo grande cittadina nel mezzo del deserto è caratterizzata da tutta una serie di attrattive. Ma per scoprire quali siano, purtroppo, dovrete aspettare il prossimo post.

To be continued.

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