Perché Americanah andrebbe letto ma non troppo.

Da momento che esistono gli hashtag #womencrushwednesday e #throwbackthursday, ho deciso che mi lancio l’hashtag #recensionesaturday o qualcosa del genere. Sia chiaro, non vi sto promettendo una quasi forse circa recensione ogni sabato perché so già che tra due settimane smetterò, però magari ogni tanto mi andrà di pubblicare forse quasi circa recensioni e lo farò il sabato.

 

Ad ogni modo, oggi siamo tutti qui riuniti per parlare di un libro che nonostante le sue quattrocento+ pagine ho letto in due giorni ma che mi ha lasciata con l’amaro in bocca: Americanah di Chimamanda Adichie. Lo faccio anche perché una persona mi ha chiesto di recensirlo, altrimenti non so se gli dedicherei addirittura un post (Elisa amami).
Come sempre, occhio agli spoiler, non è colpa mia se poi vi rovinate il finale.

 

Solita domanda di rito, cos’è Americanah? Perché ha l’acca finale?

Stavolta è un libro di solo 400/500 pagine, ambientato tra la Nigeria e gli Stati Uniti, con qualche capitolo a Londra. La protagonista, infatti, tale Ifemelu, è una ragazza nigeriana che ha la fortuna di potersi trasferire in America, che è più o meno il sogno di tutti i ragazzi nigeriani della sua età. Qui frequenterà l’università, tra mille difficoltà, aprirà un blog sul razzismo e diventerà famosa.

Proprio in questo momento si apre il romanzo, o meglio, un po’ dopo. Ifemelu, infatti, decide dal nulla che quella vita non fa più per lei. Chiude il blog, lascia il compagno Blaine e si prepara a tornare in Nigeria andando a farsi le treccine. Tre quarti del romanzo sono infatti costruiti su flashback che raccontano il passato della protagonista e di Obinze, l’amore della sua vita che ha lasciato nel suo paese natio ad attendere il suo ritorno.

 

Cosa non va?

Ifemelu. E’ un personaggio davvero detestabile (peggio di Artyom che manco sa chiudere le porte), nonostante io riesca a capire alcune delle sue scelte.
Infatti, appena si trasferisce negli USA si rende conto di quanto è difficile vivere senza chiedere denaro a nessuno e, alla fine, per disperazione, finisce a casa di un uomo a spogliarsi (senza fare molto di più) per soldi. Da questo momento deciderà di tagliare tutti i ponti con Obinze, con il quale aveva deciso di mantenere i contatti nonostante la distanza. Lui la cerca per anni ma lei non cede e lui alla fine rinuncia.

Fin qui tutto ok, lei andrà avanti trovandosi altri fidanzatini carini (Curt, un bianco e Blaine, un nero americano) finché appunto un giorno lei non torna in Nigeria, si porta a letto Obinze che nel frattempo si è sposato e ha una famiglia e lo chiama codardo perché non vuole lasciare la moglie. Qui c’è da dire anche che è abbastanza stupido pure Obinze, che ok che non si è mai innamorato della moglie fino in fondo ma non puoi fare da tappetino in questo modo sant’Iddio. Perché sì, lui dopo tutto il casino le dà retta.

Non vanno in generale le storie d’amore, prima tra tutti quella principale appunto tra Ifemelu e Obinze, con il lieto fine smielato che sembrano palesemente buttati lì dall’autrice per far felice il lettore medio.
Parlando delle altre relazioni, abbiamo per prima quella con Curt, che è un bianco americano, ricco, che le para il culo proprio nel momento di maggiore bisogno. Ma ovviamente è un lurido bianco americano e la tradisce.
Blaine come già detto è un nero americano, diversissimo dai neri non americani, di cui Ifemelu si innamora a prima vista su un treno, anche se poi ci vogliono anni perché i due si vedano ed inizino a frequentarsi. Cosa non va? E’ troppo americano, la signorina ha bisogno del suo Obinze e se ne rende conto una vita dopo.

 

Perché parlo di americani e non?

Perché, chiaramente, a parte le banalità, questo romanzo ha l’irraggiungibile obiettivo di spiegare al mondo com’è essere un nero non americano che vive in America o in Inghilterra (dove andrà a vivere Obinze dopo la laurea, ma verrà rimandato indietro per problemi di permesso di soggiorno).

La protagonista scrive su questo bellissimo blog che se non sbaglio si chiama “Razzabuglio”, dove denuncia le millemila discriminazioni nei suoi confronti. Perché a quanto pare in America un nero non americano vale meno di un nero americano, che a sua volta vale meno di un qualsiasi bianco. La cosa bellissima è che spezzoni tratti dal blog si possono trovare qua e là nel libro ed è un vero piacere leggerli.

Nonostante la storiella inutile, che dovrebbe fare da sfondo, il razzismo è il tema centrale. E’ ovunque, in ogni singola pagina. Ifemelu fa di tutto per diventare “americanah“: cerca di imitare l’accento, si sottopone a ore di parrucchiera per lisciarsi i capelli, al solo scopo di non sembrare straniera, nella speranza di trovare un lavoro. Fallisce, non ce la fa, non è se stessa e si sente estremamente sola e abbandonata.
Solo con il tempo rinuncerà e tornerà ad essere se stessa fregandosene di quello che pensano gli americani di lei: smetterà di imitare il loro accento, si taglierà i capelli per non averli più crespi. Solo in questo momento lei comincia a diventare americana davvero, ad essere accettata, prima da Curt, poi dalla società.

In conclusion, non posso certo mettermi a scrivere ogni singola cosa, ma vi giuro che vale la pena di leggerlo, sia per i contenuti che per il bellissimo modo di scrivere della Adichie. In fin dei conti, mi pare di aver sentito in giro, è la scrittrice preferita di Beyonce (non prendetemi come fonte certa che non si sa mai però).

 

La foto anche stavolta mi tocca rubarla perché io l’ho preso in biblioteca e l’ho restituito qualche mese fa.

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