Cose vecchie.

Una delle cose positive del non avere internet è che piano piano sto facendo ordine tra le cartelle sterminate che ho sul computer e così, rileggendo cose a caso, ho trovato tale “Pensiero numero 1” ovvero la prima cosa che ho scritto (al cellulare all’inizio) una sera mentre guardavo quello che mi circondava.

Eravamo nel lontano 2012 o forse addirittura 2011, e quello che ho scritto mi era sembrato abbastanza accettabile da spingermi a creare la mia prima pagina per pubblicare quello e altre cose.

Quello di oggi sarà quindi una specie di salto nel passato, in compagnia di una piccolissima me, con relativi commenti che non posso ovviamente tenermi per me.

Lo copio a pezzettini, in corsivo così si capisce che è lui, ma ai tempi non avevo ancora la mania dei paragrafi quindi dovete per favore immaginare un blocco unico di parole.

 

«Sono sul poggiolo che guarda verso il resto della valle, scalza. È quel momento che comincia a fare buio e c’è un silenzio da paura. Ci sono le nuvole sopra le cime ancora un po’ rosa. Il resto è tutto bianco perché ci sono i meli fioriti.»

Prima cosa, il poggiolo nella mia strana visione di mondo sarebbe il balcone. Casa mia ne ha  tre, quello incriminato è quello che guarda verso ovest, ovvero verso il resto della valle.

Ovviamente ero scalza, brutto vizio che mia madre cerca di togliermi da quando sono nata ma non ce l’ha mai fatta e anche se adesso sono a Milano giro scalza comunque. La grande passione della mia vita era stare senza scarpe anche in giardino anche se poi sui sassi era un po’ meno divertente.

Il momento in cui comincia a fare buio evidentemente mi ha sempre affascinata perché non è la prima volta che scrivo qualcosa subito dopo il tramonto, ma il silenzio da paura una persona che non l’ha mai sentito non può capirlo purtroppo. Quello mi manca ma ne parleremo più avanti.

Dai meli fioriti deduco che era aprile, forse inizio maggio, ma visto che questo l’ho scritto ad una persona in particolare mi sa proprio che era aprile, anche se ogni anno i meli fioriscono in un momento diverso quindi non posso dirlo con certezza.

 

«Non c’è nemmeno una macchina, non nel giro di due o tre chilometri. C’è un grillo nel bosco. Le uniche cose che si sentono tranne il grillo sono il vento tra le foglie degli alberi e il fiume a un chilometro da qui.»

Quella delle macchine è una cosa a cui pochi credono ma davvero la sera dalle mie parti non c’è nessuno nel giro di chilometri. Il nulla assoluto. Che è il motivo per cui andavo tranquillamente in bicicletta per strada alle nove di sera a velocità poco raccomandabili con la certezza quasi assoluta di uscirne viva.

Ancora silenzio, ovviamente, a parte il maledetto grillo che si sente praticamente ogni sera e il vento tra le foglie degli alberi. E con alberi intendo quelli del bosco perché nel mio giardino non ci sono due piantine a caso, il giardino di casa è proprio il bosco. Cosa poco incoraggiante quando sai che ci sono fin troppi orsi in giro ma ai tempi la situazione poteva ancora definirsi abbastanza tranquilla.
(Però la ripetizione di “grillo” non va assolutamente bene)

E il fiume, che è lontano più di un semplice chilometro secondo me ma che da quanto il mondo era silenzioso si sentiva comunque.

 

«L’aria è leggera, è bello quando è così, non è né caldo né freddo, si sta da Dio. Sembra che anche le macchine abbiano paura di fare troppo rumore. Sento campane che suonano, chissà dove. Sto silenzio e sto cielo la città non li conosce neanche, eppure vorrei essere lontana, in posti molto più silenziosi. C’è la luna e un po’ lontano si vede la prima stella che è spuntata intanto che si accendevano i lampioni.»

Con aria leggera intendevo l’aria di primavera, quella che appunto è fresca però non fredda, ma nemmeno calda. Quel piacevolissimo vento leggero che sembra che ti faccia respirare di più, che sa di pulito e, nel mio caso, sapeva leggermente di fiori.

Il rumore delle poche macchine che passano, non si sa bene perché, si sente appena, come se appunto avessero paura di fare rumore o il silenzio fosse comunque più forte di loro. E la cosa bella è che questo succede anche di giorno.

Ovviamente campane, probabilmente suonavano le otto o le nove di sera, chissà dove. Più che altro se ci si ferma ad ascoltare qualche minuto si sentono almeno tre o quattro campane diverse perché tutti i paesi hanno un campanile che le segna con qualche secondo di differenza.

Già sapevo che in città non avrei mai trovato tutto questo, ironia della sorte, anche se ovviamente non sapevo che qualche anno dopo mi sarei ritrovata proprio lontana da casa a sentire la mancanza di tutto questo.

Non ho mai capito, ad ogni modo, perché la prima stella che spunta è già ad ovest e sparisce dopo poco, poverina.

 

«E una nuvola la offusca un po’, sembra che le nuvole stiano spuntando dal nulla, per impedire alla giornata di domani di essere bella come quella di oggi. A guardare verso le coste delle montagne ogni tanto attraverso i rami degli alberi si vedono i fari di una jeep. Se qualcuno fosse sul lato opposto della valle, in un’altra sera, potrebbe vedere la jeep di mio padre, torniamo sempre a quest’ora, a volte leggermente più tardi.»

 

A parte quell’orrendo “e” all’inizio della frase e addirittura la ripetizione che mi ha fatto venire i brividi, la frase la trovo poetica, tanti complimenti alla piccola me che ogni tanto aveva già i suoi lampi di genio.

Anche le montagne nella mia mente contorta avevano e hanno le coste, che poi ovviamente in italiano decente sarebbero i fianchi ma nella bellezza del momento il profumo dei meli deve aver offuscato il mio modo di pensare o forse ero davvero troppo piccina per saper scrivere con un minimo di decenza.

Ci fermiamo a parlare di me e mio padre in montagna o me lo tengo per un articolo a parte? Me lo tengo per un articolo a parte che pubblicherò non troppo tempo dopo questo, prometto.

 

«A guardare il cielo mi tornano in mente tanti ricordi, di tante sere di tante, troppe estati fa. Le luci dei paesi brillano sempre di più, sono bellissime. E c’è il vento che è un po’ più forte di prima e se la sta prendendo col mio ciliegio. Ancora qualche anno e i rami arriveranno direttamente davanti alla finestra. Chissà da quanto tempo è qui.»

Immaginati adesso, piccola me, quanti ricordi mi tornano in mente a leggere quello che scrivevi, ma nonostante tutto quei tanti ricordi ci sono ancora e mi tornano in mente esattamente come allora, soltanto a pensare a quel panorama che ho ammirato quella sera. Anche di quelle sere, forse, parlerò un giorno. Non posso mica scrivere tutto subito.

In realtà le luci dei paesi le trovo ancora più belle in inverno, quando tutto è bianco e risaltano ancora di più, ma la mia bella valle è uno spettacolo sempre e comunque.

Il mio ciliegio ovviamente c’è ancora, in realtà sono due, ma i rami non sono ancora arrivati all’altezza della finestra, forse perché quella persona cattiva che è mio padre li taglia per impedire che succeda.

Comunque mi informerò su da quanto tempo è lì e magari se lo scopro ve lo faccio sapere, se qualcuno dovesse per caso avere la curiosità di sapere che razza di roba c’è nel mio giardino oltre al bosco.

 

«Eccone un altro, questo torna dalla montagna in moto, ma la moto è spenta, quasi anche lui non volesse offendere il silenzio. Adesso ormai è buio. Mi tornano in mente falò in cima alla montagna di fronte a casa mia e soprattutto quel posto stupendo che devi assolutamente vedere. Se fossi lì adesso, lontana dalla luce dei lampioni, tra un po’ si vedrebbe la via lattea.»

Con un altro ovviamente intendevo un’altra persona, che però non ho visto per caso sul fianco di qualche montagna ma che è passato sotto casa mia, a moto spenta, tornando palesemente dall’alto.

Ed ecco qui tutti i ricordi di cui sopra, che ovviamente non potevo scrivere subito ma che ho pensato bene di aggiungere più tardi perché meritavano di essere ricordati. Non dimenticherei mai comunque, ma dei falò in cima alla montagna e del posto stupendo che la persona a cui stavo scrivendo dovrebbe vedere, parlerò davvero un giorno.

 

«Non ho voglia di dormire.»

Questa è l’ultima frase, la conclusione che in qualche modo ha segnato un po’ il mio destino, visto che il non aver voglia di dormire si è trasformato in “ok, anche stasera scrivo”.

E per il momento chiudo qui il caro salto al passato, chiudo il baule delle cose vecchie sapendo che probabilmente tornerò a curiosare molto presto, dato che mi manca casa sempre e comunque.

 

 

La foto la metto ma è stata scattata dal mio nonnino in inverno, non rende completamente l’idea di quella sera.

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