Gli induisti dicono stronzate.

La vita è una cosa davvero strana a volte; un attimo prima stai morendo di gioia, qualche minuto dopo piangi talmente tanto che la signora seduta accanto a te in metro ti offre un pacchetto di fazzoletti.

Erano le dieci di mattina quando sono uscita di casa, con un cardigan leggero tanto faceva caldo, per andare a colazione con le amiche che non vedo da una vita. C’era il sole, non si vedevano nuvole, l’autobus è arrivato dopo appena due minuti. Sembrava tutto perfetto. Ho cercato il cellulare e ho scritto a mia madre per sapere quando si va al mare, se ci si va.

Stranamente anche la metro è arrivata in perfetto orario, ma proprio mentre me ne stavo seduta a farmi gli affaracci miei, mi ha scritto mio padre. Qui devo specificare da subito che anche se ci vediamo poco e mi mancano un sacco, raramente io e i miei genitori ci scriviamo o ci chiamiamo, se non perché c’è qualcosa di importante. Ricevere un “ciao, che fai?” è bastato a farmi preoccupare.

Per un attimo ho sperato che fosse solo una ramanzina del tipo “figlia, non stai studiando abbastanza, ti voglio vedere sudare sangue sui libri”, ma ovviamente no. Sono bastate tre parole per cambiare una giornata bellissima in una orrenda, a sono tre parole che non ho ancora avuto il coraggio di ripetere. Dirlo o scriverlo vorrebbe dire ammettere che è vero, che è successo. Per dirlo ho dovuto girarci intorno, scriverlo in inglese che l’ha fatto sembrare meno brutto. Non ho informato nemmeno il Coso, l’ha fatto la mia coinquilina per me.

Il mio adorato cagnolone, quello che anche se mi vedeva pochi giorni all’anno ogni volta che mi vedeva scendere dalla macchina impazziva di gioia, non è più a casa ad aspettarmi. E anche se lo vedevo solo pochi giorni all’anno fa male, tanto male.

È arrivato il 19 giugno del 2013. Sapevo che mio padre era andato a vedere un allevamento dalle parti di Treviso, ma quando sono passate le dieci di sera ho pensato che non avesse preso un cane se si era perso in giro a farsi gli affari suoi. Ho sentito la macchina parcheggiare sotto casa a mezzanotte e lui ha subito salito le scale, quindi no, sicuramente non l’aveva preso. Si sarebbe fermato in garage a preparargli il posto dove dormire e tutto il resto altrimenti. Invece qualche secondo dopo era in camera mia, con un cucciolo di pastore tedesco di tre mesi terrorizzato in braccio. Ho pianto per quanto era carino. Lui mi ha leccato il naso per tutta risposta. Dopo di che, anche mia sorella si è svegliata, l’ha guardato, ha sentenziato che era davvero brutto ed è tornata a dormire.

 

 

 

Quel cosetto ha pianto tutta la notte, per parecchie notti, perché a mia madre i cani in casa non vanno troppo a genio e poi tanto abbiamo un giardino abbastanza grande e una cuccia con tutti i lussi costruita su misura. Abbiamo fatto amicizia subito, mi seguiva ovunque, dormiva ai piedi della mia sedia da giardino mentre io scrivevo, combinava disastri facendo disperare mia nonna, che poverina doveva ancora riprendersi dall’intervento all’anca.  No, a lui questo non importava.

Ogni tanto il pomeriggio eravamo tutti assieme in giardino e ci rendevamo conto, all’improvviso, che era sparito. Non era mai un buon segno quando non lo si vedeva per più di cinque minuti. Tornava trionfante con fiori, bulbi di tulipani o lumache da mangiare, quando andava bene. Una volta è uscito dal bagno con lo scopino del bagno tra i denti. Un pomeriggio, tornando a casa, l’ho visto venirmi incontro con un pezzo di carta colorata che fino a un attimo prima decorava il vaso di primule di mia nonna. Solo che la carta era troppo lunga, lui correva in discesa, e alla fine ci è inciampato e ha continuato a rotoli. E c’erano primule ovunque ma non nel vaso.

Tutto sommato era un amore: si lasciava prendere in braccio, coccolare fino allo schifo, torturare. Ha amato mia sorella con tutta l’anima, ha amato tutti noi a modo suo, facendocelo notare come poteva. Con mio padre piangeva quando lo sentiva arrivare, si strusciava contro le mie gambe come un gattino quando tornavo a casa, ringhiava contro a mia madre che era colpevole di portare via mia sorella tutte le mattine per farla andare a scuola.

In questi quasi quattro anni è stato tanto. Un amico che seguiva papà in montagna o nei campi, un fratellino di cui prendersi cura per me, un disgraziato per mia nonna e un fratello maggiore iperprotettivo per mia sorella. E ci manca già, da casa mi dicono che ha lasciato un vuoto che si sente eccome. Io nel mio piccolo lo sento a chilometri di distanza.
Papà dice che adesso sarà solo, ma non mi piace pensare che sia così.

 

Mi sono nate due riflessioni da questo.

La prima è che non si è mai abbastanza pronti per perdere qualcuno. Arriva sempre quel momento in cui, improvvisamente realizzi che non esiste più. Che avresti potuto salutarlo meglio l’ultima volta che l’hai visto, avresti potuto dire una parole gentile invece che scappare via. Che hai sprecato così tanto tempo credendo di averne all’infinito e che non puoi nemmeno scusarti per averlo fatto ormai. Che non ci sarà più il tempo per dirsi ciao, per un ultimo sguardo che, nel caso del mio piccino, bastava a dire ti amo.

La seconda è che gli induisti dicono cazzate. Se non sbaglio sostengono che chi in vita si comporta bene si reincarna in qualcosa di più “alto”, mentre i disgraziati al prossimo giro saranno animali. Ma com’è possibile che quelle che sono state le persone di merda in questa vita poi diventino esseri che conoscono solo l’amore più assoluto senza mai chiedere niente in cambio?

 

Comunque si chiamava Darko, come Donnie Darko, e tra qualche giorno sarebbe stato il suo compleanno.
Vi lascio una foto esemplificativa del suo modo di essere.

 

 

Ps. Questo post è dedicato alla gentile signora che, vedendomi piangere disperata in metro, mi ha passato un fazzoletto senza dire niente e ha cercato di confortarmi con un sorriso. Mi hai ridato speranza negli esseri umani.

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